Gianni Canova

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Cervello, un avatar per studiare il tumore pediatrico

in-laboratorio-UniTrento-ph-Federico-NardelliRicerca di nuovi farmaci grazie a organoidi derivati da biopsia che riproducono con precisione la malattia. Risonanza internazionale per il risultato ottenuto dall’Università di Trento in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Un avatar in miniatura capace di riprodurre il tumore cerebrale pediatrico. È il modello più avanzato sviluppato finora e può essere utilizzato per testare nuovi farmaci. A segnare la svolta è uno studio pubblicato oggi sulla rivista scientifica "Nature Protocols", frutto della collaborazione tra l’Università di Trento e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Negli ultimi anni la ricerca oncologica è passata dai modelli bidimensionali (colture su plastica) a sistemi tridimensionali più complessi come gli organoidi, che permettono di osservare la malattia in un ambiente più realistico. Il modello sviluppato a Trento rappresenta un ulteriore salto di qualità nello screening farmacologico.

«È come studiare in un avatar del tumore ciò che avviene in vivo con tutti i vantaggi di poter verificare l’efficacia delle terapie senza doverlo fare direttamente sui bambini e sulle bambine malate», spiega Luca Tiberi, professore del Dipartimento di Biologia cellulare, computazionale e integrata dell’Università di Trento e coordinatore del lavoro. Il risultato apre nuove prospettive sia nella ricerca sia nello sviluppo di terapie.

Gli organoidi sono modelli tridimensionali in miniatura di organi umani coltivati in laboratorio. Quelli derivati da pazienti (Patient-Derived Organoids, PDOs) per la ricerca oncologica, definiti tumoroidi, vengono generati a partire da biopsie e possono essere utilizzati come modelli per comprendere le diverse risposte farmacologiche. Riproducendo fedelmente l’ambiente biologico umano, mantengono le caratteristiche molecolari del tumore originario e rappresentano uno strumento predittivo per la ricerca farmacologica.

La ricerca coordinata da Tiberi si concentra su ependimoma e medulloblastoma, che sono tra i tumori cerebrali pediatrici maligni più comuni e aggressivi.
«I tumoroidi derivati dalle biopsie conservano la complessità fenotipica e strutturale della malattia, che si perde nelle colture 2D, e mantengono una maggiore eterogeneità cellulare rispetto agli organoidi ottenuti da cellule staminali», spiega Tiberi. «Nell’organoide possiamo testare diverse combinazioni di farmaci e ampliare lo screening. Il grosso del lavoro viene svolto qui al Dipartimento Cibio da un gruppo affiatato di giovani dottorande che danno tutta la loro dedizione e il loro tempo per far progredire la ricerca».

Fondamentale il contributo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che segue i piccoli pazienti e ha fornito i campioni biologici, partecipando anche alla caratterizzazione degli organoidi. «Questi modelli permettono di comprendere meglio la malattia e di studiarne la risposta ai trattamenti in modo sempre più accurato», spiega la dottoressa Evelina Miele dell’unità operativa complessa di Oncoematologia, trapianto emopoietico, terapie cellulari e trial del Bambino Gesù.

«Questo protocollo fornisce una piattaforma solida e riproducibile per modellizzare in vitro i tumori cerebrali pediatrici e favorirà una più ampia diffusione dei tumoroidi nella ricerca preclinica», aggiunge Tiberi.
La ricerca prosegue anche su un altro fronte: lo sviluppo di modelli per testare nuovi farmaci contro tumori cerebrali pediatrici meno aggressivi, come i gliomi di basso grado.

L’articolo

L’articolo pubblicato su "Nature Protocols" (Patient-derived ependymoma and medulloblastoma tumoroids: generation, biobanking and drug screening), vede Luca Tiberi come autore coordinatore del lavoro, Chiara Lago e Gloria Leva, dottorande del Dipartimento Cibio dell’Università di Trento, prime firmatarie.
A firmare l’articolo sono poi Marcel Kool (Princess Maxima Center for Pediatric Oncology, Utrecht) ed Evelina Miele (Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma).
L’articolo (https://doi.org/10.1038/s41596-026-01347-9) è disponibile in Open Access su: https://www.nature.com/articles/s41596-026-01347-9

30 marzo. Comunicato a cura dell'Università di Trento

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CRUI4Sport: il primo workshop nazionale a Trento

CRUI4Sport
Si è svolto il 26 e 27 marzo, il primo workshop nazionale promosso dalla CRUI dedicato allo sport universitario come leva strategica di benessere, formazione e relazione con i territori.
Ospitato dall’Università di Trento, CRUI4Sport ha inaugurato un ciclo di appuntamenti itineranti pensati per creare occasioni di confronto e networking tra atenei, valorizzare le buone pratiche già attive e rafforzare l’identità della comunità accademica intorno ai temi dello sport.

I lavori si sono articolati in tavoli di lavoro tematici dedicati ai modelli organizzativi e alle relazioni istituzionali, alla dual career, allo sport per tutti e al ruolo degli eventi sportivi e della comunicazione. Un confronto ampio e partecipato che ha coinvolto rettori, delegati allo sport, docenti ed esperti provenienti da numerose università italiane.

Nel suo intervento di saluto, la Presidente della CRUI, Laura Ramaciotti, ha sottolineato il valore strategico dell’iniziativa. “Quello di oggi è un appuntamento importante perché intende essere il primo di una serie di workshop organizzati in varie università con l’obiettivo di creare, intorno al tema dello sport universitario, occasioni di networking e di diffusione delle buone pratiche", ha detto.

La Presidente ha inoltre sottolineato che “I fatti dimostrano che lo sport serve all’università tanto quanto l’università serve allo sportâ€, ribadendo come il legame tra università e sport vada oltre la dimensione della salute, assumendo un ruolo centrale nella formazione e nella missione istituzionale degli atenei:

La seconda giornata ha visto la restituzione dei lavori dei tavoli, una tavola rotonda dedicata alle esperienze e alle prospettive dello sport universitario e l'intervento della Dott.ssa Francesca Galli della Segreteria Tecnica del Ministro dell’Università e della Ricerca. Il confronto ha messo in luce la necessità di politiche sempre più integrate e condivise, capaci di riconoscere lo sport come parte integrante dell’esperienza accademica e della terza missione.

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Metastasi: il lato oscuro della vimentina

Ricercatori dell’Università di Padova scoprono come la proteina vimentina promuove la diffusione di alcuni tipi di tumore
Un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha definito le modalità con cui la proteina vimentina contribuisce alla diffusione delle metastasi. I risultati, ottenuti anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, sono appena stati pubblicati sulla rivista «Nucleic Acids Research» edita della Oxford University Press.
In alcuni tipi di tumori, come il carcinoma gastrico e mammario, le cellule possono iniziare a produrre alti livelli di una proteina chiamata vimentina. Tale proteina forma una sorta di scheletro meccanico che rende le cellule capaci di diffondersi nell’organismo e di generare metastasi. In aggiunta la vimentina è presente anche nel nucleo di tali cellule, dove stimola la produzione proprio di quelle proteine di cui le cellule tumorali hanno bisogno per diffondersi con efficienza nell’organismo.
«Recentemente, il nostro gruppo di ricerca ha dimostrato che questa funzione dipende dal legame di vimentina a particolari strutture tridimensionali del DNA – spiega la prof.ssa Claudia Sissi, del Dipartimento di Scienze del Farmaco e autrice corrispondente dell’articolo –. In questo nuovo studio siamo riusciti a identificare la porzione della proteina che la rende capace di attaccarsi al genoma. Inoltre, abbiamo confermato che tale porzione della proteina è anche necessaria per creare la struttura di supporto meccanico per le cellule metastatiche, ed è quindi un elemento cruciale per la diffusione del tumore».
I dati raccolti, grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, hanno mostrato che le due funzioni di vimentina, apparentemente diverse, concorrono in realtà a promuovere la formazione e la diffusione delle metastasi.
«Poiché abbiamo individuato precisamente la parte della proteina responsabile di queste azioni pro-metastatiche, sarà ora possibile progettare nuovi farmaci capaci di colpirla con precisione. In tal modo potrebbe essere neutralizzata la capacità delle cellule di migrare e formare nuovi tumori a distanza dal sito primario. Tali terapie, che dovranno essere individuate e sperimentate in ampi studi preclinici e clinici, potrebbero essere più efficaci e tollerate per i pazienti rispetto a quelle in uso attualmente» conclude la prof.ssa Sissi.

Link all’articolo:
https://academic.oup.com/nar/article/54/6/gkag247/8539532?guestAccessKey=9a6b37cb-5b32-4cc8-95a8-17fe0372abf1&utm_source=authortollfreelink&utm_campaign=nar&utm_medium=email

 

Comunicato a cura dell’Università di Padova

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