
Il rito annuale delle classifiche
Ad ogni inizio d’autunno la classifica del The Times Higher Education arriva puntualmente a ricordarci quanto il sistema universitario italiano sia indietro rispetto agli standard di eccellenza mondiali. E ogni anno è peggio.
Forse sarebbe anche il caso di interrogarsi sugli indicatori che producono quella particolare classifica: fatti apposta per valorizzare una particolare tipologia di università. Quella statunitense e anglosassone, assunta come modello anche dai paesi asiatici che stanno ottenendo i risultati più brillanti. Delle 200 università classificate come prime nel mondo, quelle dei paesi europei non di lingua inglese sono in effetti meno di 40, e una sola è italiana.
Un risultato di cui tenere conto, ovviamente. Ma è anche vero che altre classifiche internazionali ci danno risultati più favorevoli. Quando prevalgono, tra gli indicatori usati, quelli riferiti alla produzione scientifica, la nostra collocazione è decisamente migliore. Certamente, non occupiamo i primissimi posti. Ma con quello che il Paese investe, e tenuto conto di alcune indubbie criticità o negatività che ci affliggono, sarebbe sorprendente il contrario.
Non è un caso che le università europee presenti nella classifica del Times appartengano tutte (con l’eccezione dell’Università di Atene, in classifica poco sotto quella di Bologna, che ha comunque migliorato la sua posizione) a paesi come la Svizzera, la Germania, la Francia, la Svezia, l’Olanda, per non dire del Regno Unito, che considerano, da decenni, l’alta formazione e la ricerca come settori strategici in cui impegnarsi a fondo.
Il peggior uso possibile, in Italia di classifiche come quelle del Times sarebbe quello di avvalersene come alibi per non fare nulla o per non fare quanto sarebbe necessario. Lasciando ulteriormente disperdere potenzialità che indubbiamente ci sono, e rilevanti.
(8 ottobre 2009) Dichiarazione del Presidente CRUI Enrico Decleva